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Sognando by Virginia Cammarata is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

I PARTE

“Non può andare più veloce?”, sbotto.

“Ancora più veloce?”, l’autista mi guarda allibito dallo specchietto retrovisore. “Signorina, non ho mica un ferrari, io!”

“Allora avrei fatto meglio a prendere l’autobus”.

Guardo per l’ennesima volta in cinque minuti l’orologio al polso, quello nero che mi ha regalato papà lo scorso natale. Sono maledettamente in ritardo, non arriverò mai in tempo. Come ogni volta, il destino ci si sta mettendo proprio d’impegno per ostacolarmi. Picchetto nervosa le dita sulla spalliera del sedile anteriore, mentre con lo sguardo fulmino ogni automobilista che si mette tra me e la mia destinazione.

“Ma cos’è tutta questa fretta?”, mi chiede l’autista, accendendosi una sigaretta. “Non starà mica correndo all’altare? No, vestita così proprio non si direbbe”.

“Vado a un congresso per scrittori”.

“Ah, capito. Ma lei non è di queste parti, vero?”

“No, sono del sud”.

“Si, l’avevo capito dal suo accento. Esattamente, da quale parte del sud? Sa, io ho dei parenti, laggiù. Gente strana, non ci parliamo da anni. Ma con questo non voglio dire che al sud siete tutti strani, no, per carità”, e bla bla bla per interminabili minuti.

Io ormai non lo ascolto più e, quando vedo in fondo alla strada l’hotel in cui è fissato il congresso, gli mollo una pacca sulla spalla. “Eccolo lì. Presto”.

Si accosta al marciapiede, gli lascio i soldi sul sedile e mi fiondo giù dal taxi mentre lui ancora farfuglia qualcosa. Ancora un’occhiata all’orologio. Sedici e cinque. Maledizione.

Mi fiondo alla reception e quella giraffa dietro al bancone mi guarda circospetta da cima a fondo.

“Desidera?”.

“Cerco la sala Aplha, quella in cui si sta svolgendo il…”.

“Quinto piano, l’ultima porta a destra in fondo al corridoio di sinistra”.

La guardo con occhio torvo. “Grazie”.

Reggendo la tracolla, corro verso l’ascensore che ho adocchiato, ma è fermo al terzo piano e non posso aspettare tanto. Per giunta, l’uomo che aspetta mi sorride in modo strano, aggiunstandosi gli occhiali sul naso a patata. Meglio le scale. Le salgo velocemente, reggendomi al passamano per non rischiare di ruzzolare giù per colpa dei tacchi. Arrivo al quinto piano ansimando come se avessi scalato le Alpi, imbocco il corridoio di sinistra e lo percorro spedita verso l’ultima porta. C’è uno strano silenzio, mi dico che è già cominciato e maledico il taxista. D’un tratto, da una porta sbuca fuori un ragazzo alto il doppio di me e lo scontro è fatale. Crolliamo entrambi a terra, la mia borsa si apre e i libri vengono fuori insieme alle penne e alle moleskine.

“Ci mancava questa!”, ringhio raccogliendo le mie cose.

“Mi dispiace. Non ti avevo vista”, bofonchia il tipo. “Lascia che ti aiuti”.

“Sono già in ritardo, non complicare le cose”, quasi gli urlo in faccia.

Mi rimetto in piedi e alzo lo sguardo verso il maledetto.

“Mi dispiace”, dice abbozzando un sorriso. “Stai andando al congresso?”.

“Si, l’idea era quella. Ora, se non ti dispiace…”.

“Oh, si, scusa”, e mettendosi da parte, continua: “Prego”.

Sta zitta e cammina., mi dico. Dunque vado e talmente sono concentrata su quella porta irragiungibile, che neanche mi accorgo di chi mi è appena passato accanto.

Il corridoio è stretto, ci sfioriamo le spalle andando in due direzioni opposte, lui del tutto assorto nel suo giornale. Il tocco è lieve, ma ci scuote. Allora mi giro appena e lui fa lo stesso ed è in quel momento che mi rendo conto.

Anche lui mi guarda, sorpreso. Poi mi sorride, un cenno del capo e prosegue per la sua strada.

Rimango lì impalata per un paio di secondi, mentre lo vedo sparire in fondo al corridoio, come nulla fosse. Sorpreso tanto da non realizzare la situazione? Eppure sa che sono stata invitata anch’io. Forse ho un orrendo brufolo sul naso che è apparso all’improvviso durante il tragitto dall’aereoporto all’hotel. Maledetto taxista. Tiro fuori lo specchietto-salvavita e sbircio il mio viso. Tutto ok, nessun brufolo rivoltante o strane protuberanze. E’ già tardi e non posso indugiare ancora. Inutile costruire castelli sulla sua indifferenza, tanto vale entrare e aspettare una prossima mossa.

Apro la porta cercando di fare il minor rumore possibile e, quando entro, la sala è gremita di gente. All’estremità, gli scrittori sono seduti intorno al tavolo e un enorme telo è acceso con su proiettata la copertina del Signore degli Anelli. Adocchio un posto libero nella ventesima fila e striscio penosamente chinata per non disturbare, suscitando ugualmente un lieve borbottio. Raggiungo la poltrona, mi siedo e sprofondo il più possibile, chiedendomi com avessi fatto ad accettare quell’invito. Mentre cerco di capire a che punto si è evoluta la discussione sull’origine del Fantasy, una voce sovrasta le altre, chiamando il mio nome. Una donna regge un microfono e mi fa segno di unirmi a loro. Subito tutti gli occhi sono incollati su di me e io mi sento una completa idiota che non ha il coraggio di muovere un muscolo. La tizia continua a chiamarmi e i miei vicini di posto si alzando per farmi passare. Così braccata, mi rassegno a raggiungere il tavolo, mentre un applauso parte spontaneo da parte di tutta la platea. Rossa fino all’unghia del mignolo del piede, stringo la mano alla tizia e a ogni scrittore in piedi e sorridente. Poi finalmente mi siedo e stiracchio la gonna che all’improvviso  mi sembra incredibilmente corta, nonostante arrivi al ginocchio. La discussione continua e vengo invitata a intervenire un paio di volte nel giro di dieci minuti. Temo di balbettare, invece me la cavo discretamente.

“Il segreto è non guardarli negli occhi”, mi ha detto la mamma prima di imbarcarmi. “Lascia che lo sguardo vaghi tra una testa e l’altra, ma non soffermarlo mai negli occhi”.

Più di una volta guardo la porta d’ingresso, chiedendomi perché non arriva, se è andato via. Quando lo vedo entrare, trattengo a stento un sospiro di sollievo. Il tizio accanto a me deve aver intuito qualcosa, perché mi fa l’occhiolino e sorride. Autocontrollo e determinazione. Mi concentro su quello che uno degli scrittori dice a proposito di Philip Pullman, ma in realtà con la coda dell’occhio lo vedo sedersi al lato opposto del tavolo.

Pazienza. Non posso pretendere la luna. Aspetterò la fine del congresso.

Due ore e mezza dopo, entro le quali ho addirittura parlato per dieci minuti di fila del mio libro senza finire in un infarto, si conclude. Ringraziamenti, strette di mano, applausi e mille sorrisi per le foto di gruppo. Dovrei essere al settimo cielo per quello che sta accadendo, eppure c’è un pensiero fisso che mi distacca dal resto ed è lo stesso pensiero che mi ha ossessionata per mesi.

Raggiungo la porta con gli altri, scambiando due parole con uno scrittore che tanto ammiro e mi fermo all’ascensore, visto che una marea di gente occupa le scale per gli autografi e le ultime foto. Non mi va di fermarmi con loro, così premo ripetutamente il bottone e guardo ansiosa il numerino elettronico, sperando che nessuno mi chiami. Le porte si aprono e, mentre entro, arriva di getto lui e ci scontriamo un’altra volta, ma più energicamente della prima.

“Scusami, passa”, dice mortificato.

Entro e lui mi segue. Le porte si chiudono prima che qualcuno abbia il tempo di aggiungersi. Silenzio. Interminabili e imbarazzanti secondi di silenzio. Devo dire qualcosa. Anzi no, aspetto che sia lui a farlo. Mannaggia, così me lo gioco. Che faccio? Che faccio??

“Sei stata brava”, mi dice, all’improvviso.

Lo guardo sorpresa. “Eh?”.

“Per essere stata la tua prima volta, sei andata parecchio bene. Io, tutt’ora, non sono riuscito ad abituarmi”.

Faccio spallucce, fingendo disinvoltura. “Si, è andata bene”.

Un’occhiata furtiva al numero digitale. Secondo piano. Non ho mai provato tanto interesse per le mie scarpe come in quel momento.

“Torni subito? A che ora hai l’aereo?”.

“No, ho preso una camera qui stesso. Non reggo più due voli in uno stesso giorno”.

“Ah. Capisco”.

Di nuovo silenzio. Le portiere si aprono e mi dico che sono la regina delle cretine per essermi lasciata sfuggire una simile occasione. Ma subito mi difendo dicendomi che non è colpa mia se non gliene frega niente di avermi rivista, soprattutto da sola. Ho fatto i salti mortali per convincere i miei che andare da sola non era una pazzia e come risultato non è servito a un bel niente. Lo sconforto si trasforma in rabbia e mi dico che tanto vale tagliare la corda, che non devo mostrargli quanto ci tengo.

“Beh, allora ciao”, gli dico uscendo. “E’ stato un piacere rivederti”.

“Aspetta. Cos’è questa fretta?”.

Mio Dio, ti ringrazio!!!

“Come? Perché, non stai andando via?”, fingo innocenza. Da oscar.

“No, pensavo di fermarmi un pò. Ho guidato per quaranta minuti, trenta dei quali passati imbottigliato in un traffico infernale. Non ho voglia di affrontare tutto questo di nuovo, almeno non ora”.

“Si, non hai torto. Ho impiegato un’eternità ad arrivare dall’aereoporto”.

“Sei venuta in taxi?”

“Si. Mi sa che mi ci devo abituare”.

Proprio in quel momento, passa di lì il tipo che mi ha investita in corridoio. Mi vede e mi sorride.

Faccio “ciao ciao” con la mano, notando soltanto adesso quanto sia carino.

“Lo conosci?”, mi chiede.

“Oh, si. Ci siamo incontrati prima… o farei meglio a dire scontrati”.

“Ciao”, il ragazzo mi raggiunge. “Prima non ti avevo riconosciuta, scusami. Puoi firmarmi il tuo libro?”.

“Certo. Hai la penna?”.

Prendo il libro e glielo autografo.

“Grazie”, mi sorride. “Senti, ti va di prendere un caffé? Mi piacerebbe parlare con te riguardo certe cose del tuo romanzo…”.

Lui s’infila le mani in tasca e sbuffa, voltandosi dall’altra parte.

“Mi dispiace, stavo andando via”.

“Fa niente”, mi bacia sulla guancia, cogliendomi di sorpresa. “E’ stato un piacere conoscerti. Ciao”.

E prima che io possa rispondere, se ne va. Mi volto verso di lui e lo vedo cupo in volto.

“Che c’è? Ti ha dato fastidio?”.

“No, per carità”, dice stringendosi tra le spalle. “Potevi andare, non stavamo facendo nulla…”.

“Non vuoi invitarmi a prendere un caffé? Perché, altrimenti, se non ti dispiace me ne salgo in camera, sono distrutta”.

Ovvio che non lo farò mai. Voglio solo una sua reazione, qualcosa che mi suggerisca interesse.

“Vada per un caffé. Hai trenta centesimi per il distributore?”.

Lo guardo allibita e lui scoppia a ridere, cingendomi le spalle con un braccio.

“Andiamo, scherzavo!”, dice ammiccando. “Non hai il senso dell’humor”.

“Sei stato patetico, altro che humor”, mugugno.

Ci accomodiamo al bar dell’hotel, in un tavolino all’angolo. Sta andando tutto bene, nonostante l’inizio disastroso.

“Scusami per prima”, dice, dando un’occhiata al menu. “Non volevo ignorarti, ma non mi aspettavo di vederti. Si, lo so che mi avevi avvisato, ma… Lascia perdere. E’ complicato”.

Sorrido, compiaciuta. “Abbiamo tutto il tempo che vuoi”.

II PARTE

“Si, insomma… Lo sai”.

Lo guardo perplessa e non immagina nemmeno quanto mi stia divertendo.

“No, che non lo so”, dico fingendo interesse per il menu. “Dimmelo tu”.

“Ok, ascolta, sono una frana in questo genere di cose. Non me la cavo con certi discorsi, ma una cosa te la devo dire”.

Aggrotto la fronte, attentissima alle sue parole, ma proprio in quel momento arriva la ragazza delle ordinazioni.

“Cosa vi porto, signori?”, chiede.

“Un caffé freddo con panna, per me”.

“Uno ristretto per me”, metto giù il menu e incontro il suo sguardo divertito. “Che c’è? Non mi piace la panna”.

“Ma lei è lo scrittore”, la tipa col blocchetto in mano stringe il suo braccio, entusiasta. “Ho letto tutti i suoi libri! Mi firma un autografo?”.

“Ma certo”, sorride lui, tirando fuori dal taschino della giacca una stilografica.

Ehi! Io non ho la stilografica! Firmo autografi con la mia bic, io. Voglio anche io una stilografiicaa!!

Le fa una firma in fretta a e furia e continua a sorriderle, tanto da sembrare il ken delle barbie. Poi la ragazza mette via il blocchetto firmato, prende con dolcezza il menu suo e mi strappa letteralmente dalle mani quello mio, lanciandomi saette.

“Stavi dicendo?”.

“Ah, si”, picchietta nervosamente le dita sul pacchetto di sigarette che ha poggiato sul tavolo. ” Quello che stavo cercando di dirti è che… si, insomma, mi è parso di notare interesse, da parte tua. E non voglio certo stare qui a rimproverarti, ma io penso che sia molto più complicato di quel che crediamo”.

Non devo abbassare lo sguardo! Non devo abbassare lo sguardo!! Qualsiasi segnale in questo momento può tradirmi. Con uno sforzo sovrumano, sorrido, ma ne esce fuori una cosa discreta che somiglia vagamente a una smorfia. Lui se ne accorge.

“Non te la prendere, ma non penso sia possibile”, continua.

“Guarda che non ti ho chiesto nulla”, adesso tiro fuori le unghia per non passare dalla parte della vittima. “Hai fatto tutto da solo. Ci siamo incontrati e stiamo chiaccherando un po’ davanti a un caffé. O almeno davanti a quello che dovrebbe essere un caffé, se solo si sbrigasse, invece di sculettare per farsi notare da te”.

Lui ride, scuotendo la testa. La sua mano scivola distrattamente sulla mia.

“Dunque, ho frainteso?”.

Annuisco, guardando le nostre mani, sentendo il cervello ballare la macarena insieme ai neuroni sopravvissuti. “Si”.

Arrivano i caffé giusto in tempo per farmi riprendere fiato e non permettere che io muoia di asfissia.

Ci butto giù non una, ma ben due bustine di zucchero, dicendomi che ho bisogno di aiuto per reggermi in piedi. A meno che io non voglia restare tutto il giorno seduta qui. Ma non lo voglio, così mando giù a piccoli sorsi la bevanda caldissima, mentre le papille gustative sollevano le braccia urlando pietà.

“Non ci posso credere!”, una voce da dietro le mie spalle mi fa suppore che sarà l’ennesima interruzione. “Giulia e Davide che prendono un caffé senza nemmeno invitarmi”.

“Ciao, Linda”, lui si alza in piedi e la saluta affettuosamente. “Quando ci siamo salutati, ho pensato che stessi andando via”. La saluto anche io e si unisce a noi senza nemmeno chiederlo. Figuriamoci.

“Non vi ho disturbati, vero? Non potrei vivere col rimorso di aver stroncato una coppia sul nascere”, e ride con la sua solita risata coinvolgente, mentre gli poggia un braccio sulla spalla.

“Ma smettila”, bofonchia lui. “Stavamo solo parlando. Era da tanto che non ci incontravamo”.

“Gia”, intervengo, sentendomi come al solito tagliata fuori. “Scambiavamo semplicemente due chiacchere, niente di che”.

“Beh, se la mettete così, allora prendo anche io qualcosa”, e alza la manina richiamando l’attenzione della ragazza-lancia-saette.

“Non ho avuto l’occasione di dirtelo, ma sei andata benissimo alla tua prima apparizione in pubblico”.

“Grazie”, le sorrido benevola. “Non credevo di farcela. C’erano tutte quelle persone e parlare al microfono non è mai stata la mia specialità”.

E così spediti, parliamo del convegno e del traffico malefico che impedisce loro due di tornare a casa, a soli pochi chilometri dall’albergo.

“Ti fermi per qualche giorno?”.

“Oh, no. Ho il volo domani, non posso permettermi di rimanere oltre. Se solo avessero scelto un hotel… diciamo a due stelle”.

Ridono, ma il mio portafogli non lo trova affatto divertente.

“Non credo che quello sarebbe stato il luogo adatto a certi scrittori di un certo… diciamo così, rango”, lei mi sorride. “Non prenderla come un’offesa, eh!”

Tranquilla, non me la prendo!”, mi alzo e, afferrando il portatovaglioli di ceramica, glielo sbatto sonoramente in faccia, facendola cascare con tutta la sedia.

“Tranquilla, non me la prendo!”, mi sforzo per tirare fuori un sorriso di repertorio, e anche lei mi sorride.

Linda finisce il suo caffé, poi da un’occhiata all’orologio che porta al polso e sussulta. “Oh, maledizione! Si è fatto veramente tardi. Io vado, ragazzi. Mi ha fatto piacere chiaccherare un po’ con voi. Ci sentiamo lunedì”, mi stampa un bacio sulla guancia e aggiunge: “Fai buon viaggio”.

E scappa via, recuperando suo marito, perso da qualche parte con altri scrittori.

Di nuovo (finalmente) soli. Luiha finito il suo caffé e la mia tazzina è vuota già da un quarto d’ora. Che fare? Che dire? Mentre sto ancora a chiedermelo, noto che lui guarda l’ora e aggrotta la fronte.

“Non mi ero accorto dell’ora”, dice. “Ancora cinque minuti e poi vado. Non oso pensare quante ore di traffico mi aspettano”.

“Non voglio farti perdere altro tempo, puoi anche andare se vuoi”.

Mi guarda stranito. “Sicura che non ti dispiace?”.

“Certo che no”.

“E cosa farai tutto questo tempo qui da sola?”, mi chiede infilandosi la giacca.

“Non lo so”, scrollo le spalle. “Me ne starò in camera a guardare la tv. Credo che chiederò il servizio in camera. Non mi va di vedere nessuno, tantomeno di essere vista. Ho bisogno di mettere un po’ d’ordine nella testa… sono successe troppe cose e troppo velocemente”.

“Ok, come vuoi. Almeno mi accompagni all’uscita?”.

“Certo, così magari ti scrocco anche una sigaretta”.

“Fregato”, ridacchia tirando fuori il pacchetto. “Ma non dovresti fumare, fa male”.

“Oh, tu invece sei immune”, lo canzono, mentre raggiungiamo le porte dell’albergo.

Usciamo fuori. Il sole è già tramontato e un cielo di stelle si nasconde dietro le luci della città caotica. Gli automobilisti sono ancora più esauriti di quando sono arrivata tre ore fa e interminabili code di auto e mezzi di trasportano intasano la strada, inquinando l’aria con i loro clacson odiosi.

Finalmente la sigaretta sembra avere il potere di calmarmi.

“Saresti potuta rimanere più a lungo. Ti avrei fatto vedere la città, mangiare nel migliore ristorante… Sei proprio sicura di tornare domani?”.

Mi stringo nelle spalle. “Quanto hai in tasca?”.

“Cinquanta euro, perché?”.

“Bene, con quelli mi ci pago un pranzo in più”.

Se la ride e si avvicina, abbracciandomi in un gesto improvviso che mi lascia stupefatta.

“Magari ti accompagno all’aereoporto, ok?”.

“Lo dici sapendo che non lo farai”.

“Mi sottovaluti”.

La sigaretta finisce in fretta e arriva il tempo dei saluti. Non voglio che vada via, ma non posso mica trattenerlo con le catene. Mi da il suo numero di cellulare.

“Chiamami nel caso avessi bisogno, va bene?”.

“Anche se avessi bisogno di qualcuno che porti le valigie per me?”.

“Tu non hai valigie”, mi molla una pacca sulla spalla. “Hai solo questa deliziosa tracolla”.

“Fregata”.

“Adesso vado”, dice guardando alla sua sinistra. “Dovrei aver lasciato l’auto da quella parte. Ah, quasi dimenticavo! La settimana prossima ci sarà un’altra presentazione a Firenze. Verrai?”.

“Non credo di poterci essere”, rispondo. “Ho mille cose da fare… ti faccio sapere, ok?”.

Adocchio un pizzico di dispiacere nei suoi occhi e comprendo che è il mio momento di gloria.

Con indifferenza, lo saluto e poi lo vedo allontanarsi fino a sparire dietro l’angolo.

Ho sprecato un’occasione, lo so. Non potevo mica saltargli addosso. Certo che gli uomini sono davvero lenti di comprendonio. Sospirando, me ne torno dentro e prendo le chiavi della camera che avevo prenotato una settimana prima. Non potevo mica permettermi di trovare già tutto completo. Guardo la mia immagine riflessa nello specchio dell’ascensore e mi studio con aria critica, cercando qualcosa in me che possa essere stata la causa della sua fuga.

Brufoli? No.

Malformazioni? No.

Alito cattivo? (dopo aver appurato con legittima manina) No.

Sconsolata, apro la porta della mia camera e rimango sbalordita dal lusso. Dopotutto, penso che l’ho pagata fior di quattrini, dunque il lusso può anche starci.

Decido di farmi una bella doccia rigenerante o magari c’è anche l’idromassaggio. Dò una sbirciatina in bagno e trovo la vasca di marmo con l’idromassaggio. Opto per quello, ovvio. Dopo aver aperto il rubinetto dell’acqua calda lasciandola scorrere, abbandono la tracolla su una sedia e salto sul letto per tastarne la morbidezza. Un gran sonno mi attende. Ho appena inziato a spogliarmi, quando sento bussare alla porta. Non ho ancora ordinato il servizio in camera. Chi sarà? Una fila urlante di fans scatenati che chiedono il mio autografo?

Gn gn gn gn

La maglietta. Dov’è la maglietta? Dove l’ho lanciata? Continuano a bussare. Afferro la prima asciugamano che trovo e mi copro con quella. Apro la porta e rimango sorpresa.

“Hai dimenticato di ridarmi l’accendino”, bofonchia, ma non ci crede nemmeno lui.

Il cervello mi suggerisce di andarci cauta.

“Si, certo. Vuoi entrare?”.

È incerto. Ci pensa su un attimo, poi annuisce ed entra.

“Ma stavi…” , sente il rumore dell’acqua e indica il bagno. “Ti stavi facendo una doccia. Sono proprio una frana. Arrivo sempre nei momenti meno opportuni”.

Vedo che torna verso la porta. E che diamine. Devo fare qualcosa. Qualsiasi cosa!

“Fermo!”

Mi guarda stranito.

“Cioè, aspetta”, mi guardo intorno alla ricerca di una scusa. “Ecco… la tv. Sai come si usa? Questi aggeggi super moderni, mannaggia! Non riesco a stare al passo coi tempi”.

“La accendi e cambi canale col telecomando”, mugugna.

“Ah, già”.

Ed eccomi salire sul palcoscenico a ritirare il nobel per l’idiozia.

“Sei sicuro di non voler prendere qualcosa? Ho addirittura il frigobar. Una figata, eh? Una birra?”.

Scrolla le spalle. “Non so se è il caso”.

“Solo un paio di sorsi”.

“Va bene. Ma tu non stavi…” indica l’asciugamano con la quale miseramente mi copro.

“Oh, no. Il bagno può aspettare. E poi la vasca è enorme, dovresti vederla. Ci vorrà un’eternità per riempirsi tutta”.

Lui si volta e io mi infilo la maglietta che ho trovato ai piedi del letto. Ci sediamo sul letto e sorseggiamo una birra insieme, scambiando altre quattro chiacchiere sul convegno. D’un tratto, però, arriva il silenzio denso d’imbarazzo.

“E va bene”, borbotta alzandosi. “Avrai notato anche tu che la situazione non è delle migliori”.

“Che vuoi dire?”.

“Bè, una camera d’albergo, una birra e un letto… matrimoniale. Addirittura il letto matrimoniale! Non potevi prendere una singola?”.

“Amo la comodità, soprattutto quando viaggio”.

“Ma converrai con me che è imbarazzante”.

“Non so di che parli. Stiamo solo dividendo una birra. Ma se tutto questo ti imbarazza, mi dispiace. Puoi anche andare, eh! Mica ti tengo in ostaggio”.

Mi alzo e metto via la bottiglia mezza vuota e cerco la mia tracolla.

Ma all’improvviso lui mi afferra per un braccio e mi attira a sé. Accade tutto in un attimo e non ho neppure il tempo per rendermene conto. Prende il mio viso tra le mani e mi bacia.

Rimango senza fiato, finché il mio cervello non si ricorda di mandare l’impulso ai polmoni. La solita mania della morte da asfissia.

L’odore del suo profumo mi inebria e sento le ginocchia farsi molle. Continua a baciarmi e non è dolce, ma nemmeno aggressivo. È solo appassionato e finalmente il cuore e il cervello cantano l’Alleluja all’unisono. Mi pare perfino di sentire un quartetto di violini suonare dal bagno, ma forse è solo quella fantasia dei 13 anni che non sono riuscita a sopprimere. Mi sembra addirittura di stare indietreggiando verso il letto, accompagnata da lui, ma questo sta succedendo davvero. Cado sul morbido materasso e lui mi si adagia sopra, continuando a baciarmi e ad accarezzarmi.

Mi sembra un sogno, non riesco a ragionare. Sento solo il desiderio di stare con lui, anche se per una sola volta. La sua mano scivola calda sotto la maglietta fino ad arrivare ai miei seni. Ma, così com’è arrivato improvviso, si ferma e scivola accanto a me, nascondendo la faccia tra le mani.

E io rimango spiazzata, col fiato corto.

“Non posso farlo”, mi dice senza neppure guardarmi. “Sono un’idiota. Perdonami”.

Così dicendo si alza e recupera la sua giacca che aveva lasciato sulla sedia.

“Vuoi spiegarmi cos’è che non va?”, chiedo offesa dal suo comportamento.

“Sei molto più piccola di me”, comincia, ma io lo interrompo subito.

“Hai solo 13 anni più di me. Non mi sembra una tragedia greca”.

“Lo è, invece! Non è proprio l’età, il problema. Se anche noi stessimo insieme, tu domani prenderesti l’aereo e sarebbe solo stata l’avventura di una notte. E io non voglio che si riduca a questo. Mi piaci in tutto, sarebbe triste sprecare tutto così”.

“Sei stato tu a baciarmi”, puntualizzo.

“E ho sbagliato”.

“No, ho sbagliato quando ti ho chiesto di rimanere. Sono venuta fin qui apposta per rivederti. Ne erano passati di mesi dal nostro ultimo incontro”.

“Allora eravamo soltanto amici”.

“E vuoi che restiamo tali?”.

Scrollò le spalle. “Io non lo so. So solo che non voglio rovinare tutto così. Sono sicuro che sarebbe fantastico, eppure tu tornerai a casa tua e ti consumerai nel rimorso di non essere rimasta. E tutto questo non è possibile. Tu hai la tua vita, io la mia. È meglio restare amici”.

Chino lo sguardo, delusa.

Di nuovo silenzio. Poi lui apre la porta e si volta un’ultima volta a guardarmi.

“Ci risentiamo”, ed esce.

Rimango sola nella camera e mi sembra che tutto il mondo si sia messo proprio d’impegno per rovinarmi tutto. L’acqua continua a scorrere nella vasca da bagno, ma non m’importa. Afferro la tracolla e cerco le sigarette al’interno. La mia mano incontra il suo libro. Lo prendo e guardo malinconica la dedica che mi lasciò mesi addietro. Lo lancio con rabbia contro il muro e mi abbandono sul letto, trovando come unica consolazione la sigaretta.