Manuale della vendetta

Manuale della vendetta by Virginia Cammarata is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
<< Fanno venticinque euro e novanta. >> Nino strappò lo scontrino e lo poggiò sul bancone.
Faticando a mantenere l’equilibrio con i quattro sacchi della spesa che gravano sulle braccia, frugai frenetica all’interno della borsetta alla ricerca del portafogli.
Dietro di me la fila interminabile di persone borbottava impaziente.
Sentii l’imbarazzo galoppare selvaggio sulle mie guancie, mentre Nino ticchettava impietoso le dita sul bancone.
<< Oh, cavoli. Credo di averlo lasciato a casa… >> volevo sparire o essere inghiottita da una voragine e scomparire per sempre. << Sono mortificata… scusami, Nino, rimetto subito tutto a posto. >>
Il proprietario del supermercato alzò gli occhi al cielo.
<< No, lascia stare. Mi paga tua madre, domani. >>
Lo guardai sorpresa e lui mi fece segno con la mano di andare, come quando si scaccia una mosca fastidiosa.
<< E allora, te ne vai o no? >> la donna dietro di me mi mollò uno spintone e, dopo averla guardata, mi dissi che è meglio lasciare perdere, viste le sue dimensioni.
Ordinai i sacchi sul braccio che ormai gridava vendetta e mi allontano verso la porta scorrevole che si apriva automaticamente quando appena mettevo piede su quello squallido tappeto color grigio topo.
Il freddo della sera mi investì facendomi rabbrividire e maledii il momento in cui dimenticai di prendere gli spiccioli per il carrello, uscendo di casa. Così traballante all’apice dell’eleganza, raggiunsi l’auto posteggiata a una decina di metri e poggiai distrattamente la borsetta sul cofano, per poi liberarmi del peso di tutta quella roba nel sedile posteriore.
Nel momento stesso in cui richiusi lo sportello, qualcuno o qualcosa mi venne addosso con la furia di un ciclone, mandandomi a terra.
Battei pesantemente la schiena contro l’asfalto e una terribile fitta paralizzò la mia spalla.
Poi mi accorsi che l’autore di una simile idiozia era un ragazzo. Era sbucato fuori dal nulla e mi era finito addosso con tutta la forza che aveva in corpo. Stonata dal colpo, tentai di mettere a fuoco l’immagine e lo vidi, chino su di me, due grandi occhi azzurri che mi fissavano.
<< Ma che diavolo ti è saltato in testa? >> urlai scrollandomelo di dosso.
Questo si rimise in piedi con un salto agile e, senza neppure chiedermi scusa, mi sorrise divertito e corse via.
Inorridita gli urlai contro ogni tipo di maledizione che conoscevo. Poi mi accorsi che non era solo, ma che un altro ragazzo (amico?complice?) lo aveva raggiunto e insieme se la davano a gambe levate, svoltando l’angolo della strada e scomparendo alla mia vista.
Un orribile sospetto mi fece rabbrividire e, dimenticando il dolore alla spalla, mi voltai e…
<< Fermatevi, bastardi! >> gridai con tutto il fiato che avevo in gola, correndo verso la direzione che avevano imboccato. << La borsa! Mi hanno rubato la borsa! Aiuto! Al ladro!!>>
Qualche passante annoiato o troppo di fretta si voltò a guardarmi appena il tempo di chiedersi cosa ci facesse una ragzza sola (e per giunta tutta matta) per strada a quell’ora della sera.
<< Porca miseria! >> strinsi la testa tra le mani, in preda alla disperazione. << E ora come faccio? Non ho nemmeno il cellulare per chiamare la polizia.. Tutte a me! Tutte a me capitano! >>
Nera per la rabbia, tornai in macchina e almeno mi consolai vedendo che le chiavi della macchina erano appese allo sportello.
Misi in moto ed uscii dal parcheggio del supermercato, dando un’occhiata nelle vie intorno alla vana ricerca dei miei borseggiatori.
Ripassai a mente il volto del ragazzo, memorizzai i suoi occhi chiari, le sopracciglia biondicce e i capelli corti color sabbia.
Potevo andare alla questura a fare la denuncia, ma ora ero troppo stanca, sentivo i nervi a fior di pelle. Per giunta, la mamma mi aspettava con la spesa e se non mi vedeva tornare entro dieci minuti rischiava seriamente un infarto.
Ciliegina sulla torta: il cellulare era nella borsetta.
Giuro che te la faccio pagare maledetto bastardo.
Sconsolata e amareggiata, tornai a casa. Trovai la mamma indaffaratissima tra i fornelli, intenta a preparare il polpettone.
<< Sei sempre la solita sbadata >> la sentii lamentarsi dalla cucina. << Hai lasciato a casa il portafogli. Fortuna che c’è Nino, che è un nostro caro amico, altrimenti questa sera si digiunava. >>
<< Ogni tanto può anche far bene >> mugugnai, lanciando il cappotto e il cappello sul divano.
Lei si volta un attimo a guardarmi e nota la mia espressione.
<< Che hai? Che ti è successo? >> mi chiese preoccupata, asciugandosi le mani sul grembiule che portava legato intorno la vita.
<< Mi hanno rubato la borsa. >>
<< Come sarebbe? Dov’è successo? >>
<< Davanti il supermercato. Stavo sistemando la spesa e… >>
<< Te la sei lasciata fregare sotto il naso! Ma com’è possibile che sei sempre così distratta? >>
<< Mi è finito addosso all’improvviso… è sbucato dal nulla e mi ha travolta e, quando ho capito il loro sporco gioco, era troppo tardi. Ma se li rivedo, ti giuro che…. >>
<< Tu non giuri proprio niente >> m’interruppe bruscamente. << Domani, all’uscita da scuola, dritta alla polizia a fare la denuncia. E stà più attenta, maledizione! >>
Corsi a perdifiato lungo il corridoio deserto, ben lucidato il giorno prima, e ad ogni curva rischiai di spiaccicarmi contro il muro. Raggiunsi la porta della mia classe al secondo piano e bussai un paio di volte. Attesi l’avanti del prof ed entrai.
<< Signorina De Giorgi >> borbottò l’uomo-orco dal fondo della sua cattedra, gli occhi incollati al registro. << Qual buon vento? >>
<< Vento di lezione…? >> azzardai, sorridendo come un’idiota.
Una rapida occhiata all’orologio da taschino, poi i suoi occhi vagarono sul mio aspetto trasandato e un sorriso sarcastico gli si accese in viso. << Sta scherzando, immagino. >>
<< No. >>
<< Bè, neanch’io scherzo quando dico che non posso più tollerare i suoi ritardi. >>
<< Ma non è colpa mia… è quel cafone dell’autista che ritarda, ogni mattina… e poi abito nella parte opposta della città. La prego… solo per questa volta.. >>
Sostenni con convinzione le saette che sfrecciavano dai suoi occhi, rigida sulla porta. Non poteva lasciarmi fuori, avrei strisciato ai suoi piedi, se il caso l’avesse richiesto.
Un solo altro giorno in corridoio e la pena sarebbe stata la sospensione, la preside era stata chiara.
<< Ha cinque secondi per trovare un posto e aprire il libro a pagina quarantaquattro, a partire da adesso. >>
Mi sedetti e feci come aveva detto, così nel giro di cinque minuti si dimenticò di me e la lezione proseguì a vele spiegate.
Claudia, dal banco dietro al mio, attirò la mia attenzione con un deciso calcio sulla sedia.
<< Che fine hai fatto? Dovevamo vederci alle sette e trenta. >> bisbigliò.
<< Mi dispiace. Non è stata colpa mia, lo giuro. >>
<< Sei sempe la solita >>
Quando mai…
Le ore passarono con la solita esasperante lentezza, tra spiegazioni soporifere e interrogazioni suicide. Ma io quel giorno la scampai. Buon per me, avevo già abbastanza pensieri a zonzo per la testa, non era proprio il caso di collezionare altre magre figure.
Il magico suono della campanella che annunciava la pausa pranzo, mi fece sospirare di sollievo.
La solita interminabile fila caotica per aggiudicarmi uno squallido panino col prosciutto, le solite liti per avvalermi del diritto di sedere al Mio tavolo, alla mensa.
Pranzai insieme alle ragazze, parlando del più e del meno, accennando perfino al fatto della sera precedente.
<< Hai saputo dei nuovi arrivati? >> chiese Sara, maestra nel cambiare argomento nel momento meno opportuno.
<< Io ne ho visto uno >> claudia rise istericamente. << E’ finito in quinta D, proprio di fronte la nostra classe. Quant’è carino!! >>
Seguì un coro di gridolini eccitati.
<< E tu che ne pensi? Miki? >>
<< Eh? Che c’è? >> precipitai bruscamente già dalle nuvole in cui stavo mettendo a punto il piano di vendetta che mi avrebbe permesso di scovare i borseggiatori e ucciderli tra atroci sofferenze.
<< Dicevo, che ne pensi dei nuovi arrivati? >>
<< Non saprei… non li ho ancora visti. >>
Altre grida eccitate in cui mi assicurarono che era “roba buona”.
<< Ti faccio vedere io! >> Claudia mi ficcò un gomito tra le costole. << Lo vedi quel tipo seduto in quell’angolo? Lui va in quinta D. Non è meraviglioso?? >>
Seguii con lo sguardo il suo dito indicatorio e lo vidi.
Forse smisi di respirare o forse, più semplicemente, il mio cervello spalancò la bocca inorridito e non trovò più il fiato per mandare comandi al resto del corpo, perché le altre mi guardarono curiose.
<< Che ti prende? >>
<< Quello… quello… quello… >> balbettavo, non riuscivo neppure più a parlare, talmente tanta rabbia mista a stupore avevano invaso il mio sistema nervoso. << Io lo ammazzo! >>
Sara e Claudia riuscirono a tenermi salda al posto. << Sta ferma! Non vorrai fare una scenata. >>
<< E’ lui! >> borbottai, stringendo i denti. << E’ lui che mi ha rubato la borsa! Lasciatemi! Voglio solo infilzarlo con tacco della mia scarpa! >>
<< Non posso credere che sia stato proprio lui a … >> Claudia s’interruppe, traducendo il mio sguardo minaccioso. << E va bene, ti credo, però non puoi andare lì e picchiarlo… non davanti a tutti, insomma! >>
<< Ce l’ho io un’idea! >> Sara batté un colpo sul tavolo. << Ascoltami, Miki! >>
Tentai di tenere a freno i miei istinti omicidi e ascoltai la sua proposta, la quale mi parve ragionevole e conveniente:
Come vendicarti di qualcuno senza sporcarti le mani.
capitolo 1:
- trova un’anima pia disposta a fare il lavoro sporco per te.
<< Ciao, Tom! >> sfoggiai il sorriso più dolce e convincente che riuscii a trovare nel mio personale repertorio.
Il ragazzone alto 189 cm e largo altrettanto, dalla pelle nera e un viso da duro, si voltò a guardarmi.
<< Ciao, Miki >> richiuse l’armadietto e ricambiò il sorriso. << Cosa ci fai qui? >>
<< Che domande! Ci studio, no? >>
<< Bè, si… ma tu stai al piano di sotto.. >>
<< . . . Ok, senti, ti devo chiedere un favore. >>
<< Spara. >>
<< C’è un tizio che mi ha importunata e vorrei che tu gli dessi una lezione per me. >>
<< Non se ne parla nemmeno, ho promesso a mia madre che mi sarei tenuto alla larga dai guai… quest’anno c’è il diploma, rischio troppo. >>
- assicurati che sia davvero disposta a farlo.
<< Oh, Tom, ti scongiuro! Non puoi abbandonarmi nel momento del bisogno! >>
<< Mi spiace, Miki. Chiedimi tutto, di portare a spasso il tuo cane, di pagarti il parrucchiere, ma non questo. >>
<< Sei proprio sicuro? >>
<< Assolutamente! >>
- ricorri pure a qualsiasi mezzo di corruzione per ottenere il suo aiuto.
<< E per cinque euro? >> sorrisi sventolando la banconota nuova di zecca.
- ricordati di non fare la tirchia, però!
<< Ehm… facciamo… venti? E non rilanciare, che non ho più un centesimo! >>
Tom guardò desideroso i soldi, ci pensò su un attimo, lottando contro la sua stessa coscienza, e poi si arrese.
<< Hai vinto! >> mugugnò afferrandoli e cacciandoseli in tasca. << Spiegami il piano. >>
Lo guardai stranita. << Il piano? >>
- se arrivata a questo punto ti accorgi di non aver messo su un piano ( e se è così sei una cretina), butta giù quattro idee e lascia che il tuo uomo le elabori a puntino.
<< Vediamo… ti dico chi è, tu vai da lui e gli urli di restituirmi la borsa con tutto il suo contenuto. >>
<< E magari lo pesto anche un pò! >>
<< Ecco, bravo! Attento però a non sporcarti di sangue. E’ tanto carina questa maglietta! >>
Capitolo 2:
- scegli un’ora in cui non ci sia molta gente in giro, per attuare la tua vendetta.
La campanella che annunciava la fine delle lezioni era suonata da circa un quarto d’ora e nel viale della scuola non c’era quasi più nessuno, a parte qualcuno che restava per le lezioni di musica extra scolastiche. Avevo faticato non poco per convincere Claudia e Sara che sarei andata da sola alla polizia per fare la denuncia. Ovviamente non sarei MAI andata alla polizia. Non credevo nelle forze dell’ordine che ridicolizzavano il mio paese. No, chi fa da sé fa per tre. Ero IO la giustizia!
Lo vidi uscire dal portone principale e dirigersi con passo tranquillo verso il parcheggio delle auto.
Era il momento di agire!
- avanza con passo maestoso e vendicativo allo stesso tempo, scortata dagli uomini che hanno accettato di lottare per salvare il tuo onore e sorridi minacciosa, immaginando una musica epica che suona per te.
Feci segno a Tom e Giacomo (l’amico di Tom che si era offerto di sgranchirsi un pò le mani su un novello) di andare e tutti e tre ci muovemmo verso la nostra preda, con passo di marcia, le braccia lungo i fianchi che dondolavano ad ogni movimento, i ghigni in rilievo.
- attira l’attenzione della tua vittima e attua la vendetta.
Il ragazzo aveva quasi raggiunto l’auto, quando la voce di Tom lo fermò.
Si voltò a guardare chi fosse e il pugno forte e deciso di Giacomo lo mandò a terra, inaspettatamente.
Il giovane cercò di mettersi a sedere, ma altri colpi lo inchiodarono al suolo.
Fu la vista del sangue a far crollare di colpo tutta la mia sete di vendetta.
Forse avevo esagerato.
<< Guardami, idiota! >> le braccia forti di Tom lo sollevarono di peso.
<< Ma chi diavolo siete? >> chiese inorridito, il viso stravolto da ferite sanguinanti. << Cosa..>>
<< Sono io a doverti fare qualche domanda. >> lo interruppe gettandolo a terra un’altra volta. << Stavolta hai pestato i piedi a qualcuno di cui mi importa! Resituisci la borsa alla mia amica! >>
<< La borsa? Non so di cosa state parlando…>>
<< Ti ricordi di me? >> intervenni, facendo un passo avanti. << Ieri sera, davanti il supermercato, mi hai rubato la borsa. >>
Il giovane scosse il capo. << Non ti ho mai vista prima, lo giuro! Vi state sbagliando! >>
<< Non mi sbaglio >> replicai. << Eri tu, ti ho visto in faccia! >>
Tom fece per colpirlo di nuovo, quando questo alzò le braccia. << Devi credermi, non ero io. Non ho preso io la tua borsa… è stato… >>
<< Chi? >> ruggì Tom, afferrandolo ancora per il collo della maglia scura.
<< Mio fratello. Eros. Guardate, eccolo lì. >>
Ci voltammo a guardare verso il punto in cui indicava.
Ad una cinquantina di metri un ragazzo saliva in sella ad una moto nera.
Socchiusi le palpebre e lo riconobbi: era identico, completamente uguale, non avrei saputo distinguerli.
<< E’ stato lui? >> mi assicurai.
Lui annuì con convinzione.
Tom lo lasciò e gli diede una pacca sulla spalla. << Bè, scusaci, ragazzo. Abbiamo frainteso. >>
Mi sentii un verme.
Era in quello stato pietoso, con il viso sporco di sangue, solo per la mia urgenza di vendicare il torto.
<< Perdonami. >> gli porsi un fazzoletto. << Davvero. >>
Lui scosse il capo, infastidito e si asciugò il volto.
Guardai il vero protagonista del furto. Per un attimo anche lui mi guardò, proprio fisso negli occhi.
Poi indossò il casco integrale e sfrecciò via, lasciando dietro di sé un gran polverone.



