Una marea di bambini che mi corrono intorno, indossando maschere tristi e allegre, giravolte con le loro gonne a goccia. Li seguo per la strada buia. Piccoli uomini al nostro passaggio, si arrampicano sui pali e appendono lanterne accese. Il cantastorie suona la sua melodia, accompagnato da danzatrici in vesti nere, così belle e perfette da sembrare visioni di angeli. E io sono ancora in veste da letto, con la mia sottana che a malapena arriva ai ginocchi freddi. I piedi sono nudi e l’asfalto che calpestano è umido. Mi accorgo solo ora dell’odore di pioggia nell’aria e del freddo che fa rabbrividire. Ma non era appena iniziata la stagione estiva? Un bambino si ferma innanzi a me, toglie vie la maschera triste e un dolce sorriso mi saluta. Gli occhi senza pupilla mi fissano incantati e la mano porge un fiore bianco. Lo prendo e m’inchino per ringraziarlo. È un tulipano di vetro.

“Dove stiamo andando?”, chiedo al cantastorie.

Sono in tanti a seguirci, bambini che nel cuore della notte dovrebbero essere al sicuro nei loro letti.

“C’era una volta la luna nel cielo”, dice l’uomo con la chitarra e il cappello rosso.

“C’è sempre stata la luna nel cielo”, lo correggo.

“Sei sicura? Guarda tu stessa”, e indica sopra le nostre teste.

È vero, il cielo questa notte è popolato solo di stelle che sfoggiano la loro bellezza.

“È luna nuova, per questo non si vede. Ma c’è, è normale che ci sia”.

“Qui ti sbagli”, si siede e solo ora mi accorgo che siamo arrivati. “Nulla è normale qui. Nemmeno la tua luna, nemmeno il tuo fiore”.

“Il tulipano è di vetro”, dico e mi siedo anche io, guardandomi intorno.

La strada è sparita e intorno a noi un salotto di alberi e piante spinose ci accoglie. I bambini sono tutti seduti in giro e le maschere le hanno gettate tra le foglie.

“Quel fiore è di vetro qui, ma se lo porti nel tuo mondo diverrà vero e appassirà. Ogni cosa nel tuo mondo avvizzisce e muore”.

“E questo che mondo è?”.

“È il tuo mondo”.

“Hai appena detto che quell’altro è il mio mondo. Quello da dove provengo, no?”.

Scuote il capo, ridendo. Anche i bambini ridono, dolci tanto da volerli stringere uno a uno.

“Quello è il mondo che ti è stato imposto. Questo è il mondo che ti sei scelta, nel sogno”.

“Allora è un sogno”, sento un gran dispiacere a quella scoperta.

“Può anche non esserlo, se non vuoi. C’era una volta la luna nel cielo”, indica gli alberi intorno a sé. “E c’erano anche farfalle che non avevano paura del buio. Piccoli angeli davano feste ogni notte e questi angeli per fortuna ci sono ancora”.

I bambini sorridono e indossano di nuovo le loro maschere. Si alzano in piedi e improvvisano danze, le mani protese al cielo limpido di stelle.

“E c’era una volta una donna”, continua indicando alle sue spalle. “Una donna giovane e bella che viveva di questo mondo e della sua linfa. Ma un giorno un mostro ha superato la porta ed è arrivato, inaspettato, senza farsi annunciare. Ha sedotto la donna, l’ha illusa, ingannata, stregata, soggiogata, maltrattata, violentata e uccisa”.

Mi alzo in piedi. I bambini indicano il fusto della quercia e tra le fronde e le radici, una donna è imbalsamata con foglie e  terra. Il viso incredibilmente pallido, lo riconosco e sbarro gli occhi.

“Ma lui è fuggito”, continua il cantastorie. “Senza voltarsi indietro. Ti ha lasciata qui e nessun rimorso ha incatenato le sue caviglie nella corsa”.

“Lui è qui”, lo interrompo, cacciando via le lacrime che scendono calde sulle guance. “Io l’ho visto. Era qui”.

I bambini smettono di danzare, tornano seduti, i volti gravi, gli occhi a terra.

“Non è qui”, dice dolcemente. “È solo il desiderio di lui che hai visto. E perfino quello ti sfugge. Illusioni. Solo illusioni. Ma qui nessuno può farti del male. Questo è il tuo mondo. Noi tutti siamo qui per te e rideremo e danzeremo ogni qualvolta ne avrai voglia”.

“È solo un sogno”, dico, cadendo seduta. Stringo la testa tra le mani, singhiozzando. “Solo un sogno. E lui non è neppure qui, allora perché rimanere?”.

“Cos’hai da perdere? Qualcuno ti attende oltre quella porta?”.

“Nessuno”.

“Qui hai noi. Noi possiamo aiutarti a ucciderlo”.

“Hai detto che è solo illusione. Come potrei uccidere qualcosa che non c’è?”.

“Illusione perché il reale non è di questo mondo. Ma è presente, nonostante come polvere. Puoi ucciderlo e ricrearlo e ucciderlo ancora. Finché non ti sarai stancata. Finché non avrai saziato il tuo odio o non avrai perdonato”.

“L’odio non perdona”, dico e non riesco a staccare gli occhi dalla donna entro la quercia. “E vorrei non smettere di punirlo fin quando la luna ricomparirà su questo cielo”.

“C’era una volta la luna”, riprese con le sue dita eleganti a pizzicare dolci note di chitarra. “E c’erano anche farfalle con ali spezzate che volavano libere”.

Apro gli occhi. Tutto è scomparso, il cantastorie è scomparso, i bambini non ci sono più. È buio, è ancora notte. Scendo dal letto in punta di piedi e raggiungo la finestra. La luna è alta nel cielo e le luci della città lampeggiano sotto un cielo estivo.

C’era una volta la luna nel cielo, parole che ancora risuonano nella mia mente.

È stato un sogno, nient’altro. E sento la tristezza invadermi.

Torno a letto e sul cuscino, un tulipano avvizzito e morto profuma ancora di quel mondo.

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