Mi sveglio. Credo aver dormito solo un paio di ore. In casa c’è silenzio, dalla finestra non proviene alcuna luce. Dunque è ancora notte. Mi alzo e non ricordavo il marmo del pavimento così freddo. L’interruttore della luce non funziona. Apro la porta e, invece del corridoio, eccomi in una grande sala. L’aria è pesante, satura di fumi e di odore di alcol. Le luci soffuse gettanto ombre in ogni angolo. Tavoli rotondi circondati da gente sconosciuta. Bevono, parlano e su un palchetto un gruppo suona. Noto un ragazzo seduto solo e lo raggiungo.                                                                         “Che posto è questo?”, chiedo.                                                                       Mi sorride, come se mi aspettasse e mi offre un bicchiere. A giudicare dall’odore dev’essere scotch. Lo metto via e ripeto la stessa domanda, ma non mi ascolta neppure. È concentrato sulla cantante, poco lontana. Mi guardo intorno, alla ricerca di volti familiari e ne trovo un paio. Conosco quei visi, seppure non riesca a ricordarne i  nomi. Li saluto con un cenno della mano, ma si voltano e mi ignorano.                                                                “Ben arrivata”, un coro di voci eccitate attira la mia attenzione.            Arrivano in dieci, sorridenti e festanti. Occhi sconosciuti felici di vedermi.  “Congratulazioni”, continuano a dire, stringendomi le mani.              Poggiano un cilindro nero sulla mia testa. Mi sfugge il senso dei loro complimenti, ma sorrido sorpresa.                                                            D’un tratto, oltre le loro teste, intravedo qualcuno che subito riconosco. Un ragazzo alto, i capelli falsi scuri, per quella luce fioca. Riesco a divincolarmi dalle mani degli sconosciuti, nonostante mi preghino di restare ancora e raccontare come ho fatto. Come ho fatto cosa? Ma di che parlano? Io questa gente non l’ho mai vista. E che razza di posto è questo? Che fine ha fatto la mia cucina? E lui? Perché scappa, se mi ha vista? Mi faccio strada tra la folla, riesco a raggiungere l’uscita. La porta si spalanca sulla strada, buia e stretta. Non ricordo quella via. Gruppi scarsi di ragazzi si muovono a braccetto, barcollando e cantando canzoni stonate. Ma lui non c’è. È sparito. Un gatto nero miagola, le sfere di luce entro i suoi globi spiccano nella notte buia.                                                                                        “Non vedi che la luna è morta e gli uccelli non cantano? Sei in ritardo. L’alba non è un buon momento per arrivare”.                                                 L’uomo che ha parlato, sbuca da un angolo non illuminato. Ha una chitarra e le sue dita compongono note dolci e quasi impercettibili.                       “Chi sei?”, chiedo, incuriosita dal suo capello rosso.                               “Sono il cantastorie e ti stavo aspettando”.                                      “Aspettavi me?”.                                                                                               “E sei anche in ritardo”.                                                                             “In ritardo per cosa?”.                                                                              Sorride, mostrando una fila di denti bianchissimi.                                          “Vieni con me. Ho qualcosa da raccontarti”.

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