Sognando – prima parte.
Cats: sogni|
“Non può andare più veloce?”, sbotto.
“Ancora più veloce?”, l’autista mi guarda allibito dallo specchietto retrovisore. “Signorina, non ho mica un ferrari, io!”
“Allora avrei fatto meglio a prendere l’autobus”.
Guardo per l’ennesima volta in cinque minuti l’orologio al polso, quello nero che mi ha regalato papà lo scorso natale. Sono maledettamente in ritardo, non arriverò mai in tempo. Come ogni volta, il destino ci si sta mettendo proprio d’impegno per ostacolarmi. Picchetto nervosa le dita sulla spalliera del sedile anteriore, mentre con lo sguardo fulmino ogni automobilista che si mette tra me e la mia destinazione.
“Ma cos’è tutta questa fretta?”, mi chiede l’autista, accendendosi una sigaretta. “Non starà mica correndo all’altare? No, vestita così proprio non si direbbe”.
“Vado a un congresso per scrittori”.
“Ah, capito. Ma lei non è di queste parti, vero?”
“No, sono del sud”.
“Si, l’avevo capito dal suo accento. Esattamente, da quale parte del sud? Sa, io ho dei parenti, laggiù. Gente strana, non ci parliamo da anni. Ma con questo non voglio dire che al sud siete tutti strani, no, per carità”, e bla bla bla per interminabili minuti.
Io ormai non lo ascolto più e, quando vedo in fondo alla strada l’hotel in cui è fissato il congresso, gli mollo una pacca sulla spalla. “Eccolo lì. Presto”.
Si accosta al marciapiede, gli lascio i soldi sul sedile e mi fiondo giù dal taxi mentre lui ancora farfuglia qualcosa. Ancora un’occhiata all’orologio. Sedici e cinque. Maledizione.
Mi fiondo alla reception e quella giraffa dietro al bancone mi guarda circospetta da cima a fondo.
“Desidera?”.
“Cerco la sala Aplha, quella in cui si sta svolgendo il…”.
“Quinto piano, l’ultima porta a destra in fondo al corridoio di sinistra”.
La guardo con occhio torvo. “Grazie”.
Reggendo la tracolla, corro verso l’ascensore che ho adocchiato, ma è fermo al terzo piano e non posso aspettare tanto. Per giunta, l’uomo che aspetta mi sorride in modo strano, aggiunstandosi gli occhiali sul naso a patata. Meglio le scale. Le salgo velocemente, reggendomi al passamano per non rischiare di ruzzolare giù per colpa dei tacchi. Arrivo al quinto piano ansimando come se avessi scalato le Alpi, imbocco il corridoio di sinistra e lo percorro spedita verso l’ultima porta. C’è uno strano silenzio, mi dico che è già cominciato e maledico il taxista. D’un tratto, da una porta sbuca fuori un ragazzo alto il doppio di me e lo scontro è fatale. Crolliamo entrambi a terra, la mia borsa si apre e i libri vengono fuori insieme alle penne e alle moleskine.
“Ci mancava questa!”, ringhio raccogliendo le mie cose.
“Mi dispiace. Non ti avevo vista”, bofonchia il tipo. “Lascia che ti aiuti”.
“Sono già in ritardo, non complicare le cose”, quasi gli urlo in faccia.
Mi rimetto in piedi e alzo lo sguardo verso il maledetto.
“Mi dispiace”, dice abbozzando un sorriso. “Stai andando al congresso?”.
“Si, l’idea era quella. Ora, se non ti dispiace…”.
“Oh, si, scusa”, e mettendosi da parte, continua: “Prego”.
Sta zitta e cammina., mi dico. Dunque vado e talmente sono concentrata su quella porta irragiungibile, che neanche mi accorgo di chi mi è appena passato accanto.
Il corridoio è stretto, ci sfioriamo le spalle andando in due direzioni opposte, lui del tutto assorto nel suo giornale. Il tocco è lieve, ma ci scuote. Allora mi giro appena e lui fa lo stesso ed è in quel momento che mi rendo conto.
Anche lui mi guarda, sorpreso. Poi mi sorride, un cenno del capo e prosegue per la sua strada.
Rimango lì impalata per un paio di secondi, mentre lo vedo sparire in fondo al corridoio, come nulla fosse. Sorpreso tanto da non realizzare la situazione? Eppure sa che sono stata invitata anch’io. Forse ho un orrendo brufolo sul naso che è apparso all’improvviso durante il tragitto dall’aereoporto all’hotel. Maledetto taxista. Tiro fuori lo specchietto-salvavita e sbircio il mio viso. Tutto ok, nessun brufolo rivoltante o strane protuberanze. E’ già tardi e non posso indugiare ancora. Inutile costruire castelli sulla sua indifferenza, tanto vale entrare e aspettare una prossima mossa.
Apro la porta cercando di fare il minor rumore possibile e, quando entro, la sala è gremita di gente. All’estremità, gli scrittori sono seduti intorno al tavolo e un enorme telo è acceso con su proiettata la copertina del Signore degli Anelli. Adocchio un posto libero nella ventesima fila e striscio penosamente chinata per non disturbare, suscitando ugualmente un lieve borbottio. Raggiungo la poltrona, mi siedo e sprofondo il più possibile, chiedendomi com avessi fatto ad accettare quell’invito. Mentre cerco di capire a che punto si è evoluta la discussione sull’origine del Fantasy, una voce sovrasta le altre, chiamando il mio nome. Una donna regge un microfono e mi fa segno di unirmi a loro. Subito tutti gli occhi sono incollati su di me e io mi sento una completa idiota che non ha il coraggio di muovere un muscolo. La tizia continua a chiamarmi e i miei vicini di posto si alzando per farmi passare. Così braccata, mi rassegno a raggiungere il tavolo, mentre un applauso parte spontaneo da parte di tutta la platea. Rossa fino all’unghia del mignolo del piede, stringo la mano alla tizia e a ogni scrittore in piedi e sorridente. Poi finalmente mi siedo e stiracchio la gonna che all’improvviso mi sembra incredibilmente corta, nonostante arrivi al ginocchio. La discussione continua e vengo invitata a intervenire un paio di volte nel giro di dieci minuti. Temo di balbettare, invece me la cavo discretamente.
“Il segreto è non guardarli negli occhi”, mi ha detto la mamma prima di imbarcarmi. “Lascia che lo sguardo vaghi tra una testa e l’altra, ma non soffermarlo mai negli occhi”.
Più di una volta guardo la porta d’ingresso, chiedendomi perché non arriva, se è andato via. Quando lo vedo entrare, trattengo a stento un sospiro di sollievo. Il tizio accanto a me deve aver intuito qualcosa, perché mi fa l’occhiolino e sorride. Autocontrollo e determinazione. Mi concentro su quello che uno degli scrittori dice a proposito di Philip Pullman, ma in realtà con la coda dell’occhio lo vedo sedersi al lato opposto del tavolo.
Pazienza. Non posso pretendere la luna. Aspetterò la fine del congresso.
Due ore e mezza dopo, entro le quali ho addirittura parlato per dieci minuti di fila del mio libro senza finire in un infarto, si conclude. Ringraziamenti, strette di mano, applausi e mille sorrisi per le foto di gruppo. Dovrei essere al settimo cielo per quello che sta accadendo, eppure c’è un pensiero fisso che mi distacca dal resto ed è lo stesso pensiero che mi ha ossessionata per mesi.
Raggiungo la porta con gli altri, scambiando due parole con uno scrittore che tanto ammiro e mi fermo all’ascensore, visto che una marea di gente occupa le scale per gli autografi e le ultime foto. Non mi va di fermarmi con loro, così premo ripetutamente il bottone e guardo ansiosa il numerino elettronico, sperando che nessuno mi chiami. Le porte si aprono e, mentre entro, arriva di getto lui e ci scontriamo un’altra volta, ma più energicamente della prima.
“Scusami, passa”, dice mortificato.
Entro e lui mi segue. Le porte si chiudono prima che qualcuno abbia il tempo di aggiungersi. Silenzio. Interminabili e imbarazzanti secondi di silenzio. Devo dire qualcosa. Anzi no, aspetto che sia lui a farlo. Mannaggia, così me lo gioco. Che faccio? Che faccio??
“Sei stata brava”, mi dice, all’improvviso.
Lo guardo sorpresa. “Eh?”.
“Per essere stata la tua prima volta, sei andata parecchio bene. Io, tutt’ora, non sono riuscito ad abituarmi”.
Faccio spallucce, fingendo disinvoltura. “Si, è andata bene”.
Un’occhiata furtiva al numero digitale. Secondo piano. Non ho mai provato tanto interesse per le mie scarpe come in quel momento.
“Torni subito? A che ora hai l’aereo?”.
“No, ho preso una camera qui stesso. Non reggo più due voli in uno stesso giorno”.
“Ah. Capisco”.
Di nuovo silenzio. Le portiere si aprono e mi dico che sono la regina delle cretine per essermi lasciata sfuggire una simile occasione. Ma subito mi difendo dicendomi che non è colpa mia se non gliene frega niente di avermi rivista, soprattutto da sola. Ho fatto i salti mortali per convincere i miei che andare da sola non era una pazzia e come risultato non è servito a un bel niente. Lo sconforto si trasforma in rabbia e mi dico che tanto vale tagliare la corda, che non devo mostrargli quanto ci tengo.
“Beh, allora ciao”, gli dico uscendo. “E’ stato un piacere rivederti”.
“Aspetta. Cos’è questa fretta?”.
Mio Dio, ti ringrazio!!!
“Come? Perché, non stai andando via?”, fingo innocenza. Da oscar.
“No, pensavo di fermarmi un pò. Ho guidato per quaranta minuti, trenta dei quali passati imbottigliato in un traffico infernale. Non ho voglia di affrontare tutto questo di nuovo, almeno non ora”.
“Si, non hai torto. Ho impiegato un’eternità ad arrivare dall’aereoporto”.
“Sei venuta in taxi?”
“Si. Mi sa che mi ci devo abituare”.
Proprio in quel momento, passa di lì il tipo che mi ha investita in corridoio. Mi vede e mi sorride.
Faccio “ciao ciao” con la mano, notando soltanto adesso quanto sia carino.
“Lo conosci?”, mi chiede.
“Oh, si. Ci siamo incontrati prima… o farei meglio a dire scontrati“.
“Ciao”, il ragazzo mi raggiunge. “Prima non ti avevo riconosciuta, scusami. Puoi firmarmi il tuo libro?”.
“Certo. Hai la penna?”.
Prendo il libro e glielo autografo.
“Grazie”, mi sorride. “Senti, ti va di prendere un caffé? Mi piacerebbe parlare con te riguardo certe cose del tuo romanzo…”.
Lui s’infila le mani in tasca e sbuffa, voltandosi dall’altra parte.
“Mi dispiace, stavo andando via”.
“Fa niente”, mi bacia sulla guancia, cogliendomi di sorpresa. “E’ stato un piacere conoscerti. Ciao”.
E prima che io possa rispondere, se ne va. Mi volto verso di lui e lo vedo cupo in volto.
“Che c’è? Ti ha dato fastidio?”.
“No, per carità”, dice stringendosi tra le spalle. “Potevi andare, non stavamo facendo nulla…”.
“Non vuoi invitarmi a prendere un caffé? Perché, altrimenti, se non ti dispiace me ne salgo in camera, sono distrutta”.
Ovvio che non lo farò mai. Voglio solo una sua reazione, qualcosa che mi suggerisca interesse.
“Vada per un caffé. Hai trenta centesimi per il distributore?”.
Lo guardo allibita e lui scoppia a ridere, cingendomi le spalle con un braccio.
“Andiamo, scherzavo!”, dice ammiccando. “Non hai il senso dell’humor”.
“Sei stato patetico, altro che humor”, mugugno.
Ci accomodiamo al bar dell’hotel, in un tavolino all’angolo. Sta andando tutto bene, nonostante l’inizio disastroso.
“Scusami per prima”, dice, dando un’occhiata al menu. “Non volevo ignorarti, ma non mi aspettavo di vederti. Si, lo so che mi avevi avvisato, ma… Lascia perdere. E’ complicato”.
Sorrido, compiaciuta. “Abbiamo tutto il tempo che vuoi”.
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ottobre 9th, 2008 at 21:21
Bene, bene…ora aspetto la seconda parte
ottobre 9th, 2008 at 21:55
val: arriverà domani
ottobre 10th, 2008 at 14:12
Passo intanto per salutare e per farti gli inboccallupo con la nuova locanda!
ottobre 10th, 2008 at 14:46
giuro che lo leggo non appena avro’ un quarto d’ora libero
tanto so già di cosa parla XD
va bene… va bene… muuuuta sto’…
ottobre 10th, 2008 at 20:17
ok, letto e:
qui i caffè costano 50 centesimi al distributore. francesi ladri!!!
scherzavo XD (ma è vero…)
comunque, sogno interessante… peccato che non ci siano NOMI… bwahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahah!!!!!!!!!!!!!
voglio sapere il resto!!!
bazi bazi!
ottobre 11th, 2008 at 16:31
ciao sorelliina, spero tu abbia finito le migrazioni, ogni volta sono costretta a cambiare il link…ufff
comunque… ma….
il tipo…
è sempre quello? o hai cambiato anche “gli interessi” ahahha
un bacio
ottobre 11th, 2008 at 16:33
che roba mostruosa è quel disegnino accanto al mio nome???????????????????????????????????????????????????????????
e soprattutto
COME DIAVOLO SI FA A CAMBIARLO????
ottobre 11th, 2008 at 17:18
fabio: mille grazie
viola: in effetti, è molto 50 cents al caffé! e se non stai zitta ti faccio ingogliare il bicchierino!!!
naeel: sorellina mia, benvenuta!
tranquilla, i miei viaggi terminano qui
Ti dico solo una cosa: non è più quello…
per cambiare il tuo avatar ti devi registrare su wordpress, suppongo
ottobre 13th, 2008 at 20:25
Sto mettendo un po’ in ordine la sidebar. Già che c’ero, ho colto l’occasione per il link, Thirrin. Sei nella mia sezione Hot Blogs.
Saluti
Fab
ottobre 19th, 2008 at 21:50
eppoiii?? eppoiiiii??
Cavolo Thirrin…non puoi lasciarci così. ‘Sti due farano qualcosa no?
bacio tesoro e buona settimana!