Appena sveglia
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la prima cosa che mi accoglie è una sensazione di soffocamento.
Ci sono momenti in cui questa stanza mi sta davvero stretta.
Mi vesto e, senza neppure far colazione, esco. Ma una volta per strada, mi chiedo dove voglia esattamente andare. Cerco entro la borsa il portafogli, almeno per assicurarmi un biglietto di autobus. E lì trovo la tessera per acquistare libri con particolari sconti. Me la fece attivare una ragazza il 10 Marzo, davanti la stazione Termini di Roma. Prendo il bus e arrivo in centro. Odio camminare per quelle strade. E’ una cosa che dovrei ignorare, eppure è sempre lì a pizzicare. Cammino senza staccare lo sguardo da terra. Evito gli occhi estranei, detesto la loro curiosità. Sto attenta a non sfiorare nessuno neppure quando attraverso al semaforo, con tutti quei turisti sorridenti e i ragazzi gioiosi della scuola ormai finita. Quando entro in libreria, è quasi un sollievo. Perdo tempo a guardare i libri esposti, nonostante sappia già che prendere. Quando sento di essere pronta, vado alla cassa e mostro alla donna la tessera, dicendo il titolo del libro che intendo prendere. Mi sorride e lo recupera dal fondo di uno scaffale. Cerca di intrattenermi, facendomi domande sugli ultimi libri che ho letto, ma taglio il discorso dicendo che ho fretta. Il sollievo di poco prima è diventato fastidio. Esco di nuovo in strada e inspiro a lungo. Mi sbrigo a indossare gli occhiali scuri, una buona barriera tra me e gli altri. Mentre raggiungo la fermata dell’autobus più vicina, l’infradito al piede cede, si rompe. Impreco, ci mancava questa. Come fatto apposta, alla mia destra c’è un negozio di calzature. Entro, scelgo i sandali più carini e meno cari, chiedo la mia misura. La commessa sembra contenta di avere finalmente qualcuno con cui interagire. Il negozio è deserto. Mentre provo i sandali, mi dice che mi stanno bene, che ho proprio una bella caviglia e le cinghie la rendono elegante. Farfuglia una serie di altre cose a cui non presto attenzione. Dico che li prendo e li indosso, lasciando nella scatola le infradito rotte. Lei continua a parlare di cose a cui non bado, mentre mette il tutto in una grande busta. Una canzone in sottofondo attira la mia attenzione.
Somewhere over the rainbow
E’ una cospirazione contro di me. Afferro il sacco, saluto ed esco quasi di corsa. Riesco a immaginare la sua espressione alle mie spalle. Sento ancora il peso di quegli occhi addosso e la cosa mi irrita. Sul bus scelgo l’ultimo posto in fondo, poggio la sacca sul sedile al mio fianco, sperando che nessuno arrivi a reclamarlo. Arrivata in stazione, affretto il passo quando i treni iniziano a fischiare. Mi chiedo perché diavolo non ho portato l’mp4 con me. La musica sarebbe stata una buona distrazione. Arrivo a casa, mi sbrigo a pranzare e torno in camera. Di nuovo qui. Ho bisogno di cacciare fuori da questa porta i pensieri. Scelgo di vedere un film, prima di darmi alla scrittura. Una commedia, al momento non posso permettermi altro. E’ divertente, in altre occasioni avrei perfino riso. Ma non oggi. Nessuna battuta mi scalfisce. Solo una cosa, alla fine, mi sfonda.
La vie en rose, cantata da Louis Armstrong.
Stacco il video, senza neppure vedere la scena finale.
Al diavolo.
Oggi non è giornata.




giugno 12th, 2009 at 16:03
Capita, a volte il mondo sembra aver capito chi sei e come farti indispettire.