Questa notte credo di aver dormito per cinque minuti pieni.

Ho chiuso gli occhi, scacciando con forza quel pensiero, e li ho riaperti pochi minuti dopo, con quel pensiero ancora a beffarsi di me. Magari è stata un’illusione, chi sa.

Anche questa mattina il vicino si dà al piano. Di nuovo con quella sonata.

Arriva a un certo punto, ripete quelle stesse note almeno tre volte (riesco perfino a sentire i suoi sbuffi) e ricomincia a suonare. Non ce la faccio più. Decido di farla finita una volta e per tutte. Indosso un paio di jeans e vado a suonare alla sua porta. Con mio sollievo le note cessano al suono del campanello. Un attimo dopo me lo ritrovo davanti. È un ragazzo più o meno della mia età (solo molto più alto).

“Virginia”, è sorpreso a dir poco. In quindici anni di vicinato, ci siamo sempre e solo rivolti un ciao a ogni incontro occasionale tra un piano e l’altro. “Ti serve qualcosa?”.

“Puoi piantarla di suonare proprio quel brano?”, mi accorgo di essere stata un po’ brusca e alquanto maleducata. Riformulo: “So che è studio per te, ma non preferivi Mozart? Se ti ha stufato, puoi provare con Chopin”.

È ancora più perplesso. “Mozart? Chopin? Debussy non ti piace?”.

“Amo Debussy, solo che ha composto molto per pianoforte… Perché proprio Clair de lune?”

“Bella vero? È un po’ che la provo. Sono bravo?”.

“Fin troppo. Quando passerai ad altro?.

La sua perplessità diventa un punto interrogativo gigante. “Non capisco. Ti da noia? La senti fino in camera tua?”.

“Solo quattro metri e un muro di carta velina mi separano dal tuo piano. Vabé, lascia perdere. Scusami, non avevo nemmeno il diritto di venire qui”.

“Che ti ha fatto Debussy?”, mi chiede mentre raggiungo la mia porta. “Brutti ricordi?”.

“Macché. I ricordi sono tutt’altro che brutti. È proprio questo il punto”.

Lo saluto con un cenno e torno dentro.

Mentre metto in ordine la camera, sento che ha ripreso a suonare.

Tendo l’orecchio in ascolto.

È Mozart.


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