L’ennesima sigaretta spenta con la punta della scarpetta lucida e mi decido a entrare. Nell’impatto con l’aria condizionata, la cute urla di gioia.

“Chi è l’ultima?”, chiedo.

Una tipa tutta agghindata alza la mano dalle unghie perfettamente curate.

Perché dal parrucchiere devi chiedere chi è l’ultima? Perché non si procurano una di quelle flashose macchinette coi numerini? In macelleria sono più evoluti…

Mi siedo e attendo il mio turno, sfogliando distrattamente una rivista di acconciature per spose. I brividi di ribrezzo mi attraversano da capo a piedi e la metto via. Guardo l’orologio sopra la testa del tipo effeminato che sta alla cassa. Nove e trenta. E dire che mi sono svegliata all’alba. Se solo tutto il quartiere non avesse deciso di uscire di casa in mattinata..

Un’oretta dopo, la shampista mi fa segno di accomodarmi.

Bene. Il cervello tace. Ancora non ha recepito appieno l’allarme-panico.

Il momento dello shampoo è il più odioso, dopo quello del phono. La testa reclinata all’indietro in posizione innaturale, i capelli strappati via dalla spazzola con setole di acciaio mentre la tipa parla e straparla e io nemmeno l’ascolto, il trucco perfetto lavato via dalle sue tozze dita a spregio (come dire: mo ti strucco per bene, così alla fine ti guardi allo specchio e bestemmi in etrusco) e via discorrendo.

Solo quando mi avvolge quell’asciugamano in testa (chissà se è pulito), tiro un bel sospiro di sollievo. E poi che motivo c’era di quattro shampi? Non avevo le pulci, sa? Lo avevo fatto appena due giorni prima.

Mi accomodo sulla poltrona innanzi allo specchio e, quando tira via l’asciugamano, la massa arruffata di capelli  mi fa somigliare più a una scimmia con la permanente, piuttosto che a un’umana.

La odio. Ma oggi il pugnale l’ho dimenticato a casa, per cui mi rassegno e incasso. Finalmente arriva la ragazza con il carrellino di spazzole e forbici, sorridendo attraverso lo specchio gigante.

“Allora? Che facciamo? Piega? Riccia o liscia? Ci sono! Dei bei boccoli vaporosi, come una bambolina di porcellana!”.

“Taglio”.

Un’ombra di terrore oscura il suo viso.

“Taglio?”, e giuro di aver visto il suo labbro superiore tremare in un tic sconvolto.

“Si, taglio”, replico, sicura di me.

Mi studia attentamente. “Ah, certo. Le doppie punte. Lo so, sono una tragedia, d’estate. Quanto? Due centimetri?”

“Facciamo 50 – 55 cm”.

Spalanca gli occhi, inorridita. “Cin… cin… cinquanta?”.

“Prendo il rasoio elettrico?”, la shampista sorride malvagia, dietro di lei.

“Ma perché tagliarli?”, chiede recuperando un po’ di autocontrollo. “Cioè, sono bellissimi e lunghissimi e… insomma! Perché?”.

“Fa caldo”, rispondo facendo spallucce.

“Chiuditi in casa con l’aria condizionata”, mugugna la shampista.

“Ti faccio una bella acconciatura e li tiro su?”, propone lei, sorridendo.

“No. Voglio un taglio netto. Vedi la foto di quella ragazza in verde?”, indico una cornice sopra le nostre teste. “Quel taglio”.

Il suo viso diventa viola, poi blu, poi nero, poi di nuovo blu, viola e pian piano torna all’abbronzatura dorata.

“Prendo il rasoio?”, borbotta incrociando le braccia. “Sono cortissimi. Non è giusto”.

“Non ho mai visto una parrucchiera tanto in pena per dei capelli. Di solito non vedono l’ora di sferruzzare con quelle forbici”.

“Io sono contraria. Ma sono i tuoi capelli. Dunque, da che lato vuoi il ciuffetto?”.

“Destra”.

Dopo averli pettinati, guarda con sguardo afflitto i capelli neri e sospira.

Così inizia. Al primo zac, faccio una smorfia. Ma ormai è tardi, è cominciata. E poi mi ero detta niente ripensamenti.

Un’immagine nuova. Una nuova Thirrin. Voglia di guardarmi allo specchio e non riconoscermi, di scoprire con curiosità un’altra me stessa, quella sepolta da qualche parte. Più diventano corti sotto i suoi strumenti, più quel volto nuovo mi sorride, salutandomi. E io ricambio il sorriso. Mi piace.

Quando finisce di tagliare, procede col phono. Rischia di sciogliermi le orecchie una decina di volte e la mia cute urla vendetta, ma alla fine spegne l’affare e sospira. Noto che non ha spazzato via i capelli da terra. Ogni tanto gli lancia un’occhiata avvilita. Accende la piastra e, frattempo, noto la shampista chinata che raccoglie alcune ciocche.

“Non sono così male. Potremmo…”.

“Che stai facendo coi miei capelli?”, chiedo sospetta.

“Ah-ehm”, mi guarda come una preda in trappola. “Io… controllavo che fossero buoni”.

“Intendi mangiarli?”.

“Certo che no”, mugugna. “Buoni per… utilizzarli, ecco”.

“Vuoi voodarmi?”.

“Eh?”.

“Niente. Lascia stare i miei capelli”.

“Non sono più tuoi. Li vedi per caso attaccati alla tua testa? No, sono sul mio pavimento. Quindi non mi scocciare”.

“Chiamo la capa”.

“E va bene”, sbuffa, rialzandosi. “Prendo la scopa”.

La ragazza ritorna e piastra i capelli cortissimi. Sempre con l’aria bastonata, mi mostra il lavoro con uno specchio posto dietro la nuca. Mi alzo in piedi e mi studio con attenzione.

“Molto belli”, commenta la ragazza con la testa sotto il casco alla sinistra. “Ti fanno più grande”.

“Oserei dire più alta”, aggiunge la donna con la testa piena di carta stagnola alla destra.

“Adesso non esageriamo”, faccio una smorfia.

Pago ed esco. L’aria calda e umida mi investe un’altra volta, togliendomi il respiro. Mentre vago per le vie del centro, scorgo una strana figura camminarmi al fianco ogni volta che incrocio le vetrine dei negozi. Mi soffermo a ossevarla. La gente mi guarda come fossi matta, mentre sorrido compiaciuta alla nuove me stessa.

Da oggi si cambia.

Tutto.

moi

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